La relazione d’aiuto

Lucia Florida, Luciana Murru

Il termine relazione indica l’instaurarsi tra due o più persone di un ponte comunicativo che permette loro di scambiare emozioni, affetti, sentimenti e idee a differenti livelli di confidenza e intimità.

L’uomo è per definizione un animale sociale.  Ciò significa che il suo comportamento sociale è motivato da un bisogno primario che lo spinge ad entrare in contatto affettivo con i suoi simili. Già al momento della nascita la persona è inserita in un contesto sociale, la famiglia, che gli permette di crescere ed evolversi in maniera sufficientemente armonica se il clima familiare è d’accoglienza e rispondente ai bisogni di un essere in evoluzione.

 

I termini “aiuto”, “aiutare” derivano entrambi dalla parola latina “adiuvare, che nel suo significato originale indica portare giovamento a qualcuno. La situazione implicita al recare giovamento è l’esistenza di una condizione di bisogno e/o di malessere vissuta da una persona.

Entrambi questi elementi ci consentono di giungere ad una definizione della relazione d’aiuto e in particolare del colloquio d’aiuto.

Per relazione d’aiuto s’intende l’incontro tra due persone di cui una sia in condizioni di sofferenza/ confusione/conflitto rispetto ad una situazione che si trova a dover gestire e l’altra che, invece, non si trovi a confrontarsi con la stessa situazione in quel momento. Se tra le due persone si riesce a stabilire un contatto che sia effettivamente d’aiuto, è probabile che chi vive la difficoltà inizi a chiarire meglio a se stessa la problematica e trovi le risorse e il modo a lei confacente per rispondere sia alle proprie esigenze interiori sia a quelle sia la situazione impone.

Secondo Mambriani “si instaura una relazione d’aiuto ogni volta che un individuo in situazione di malessere, sofferenza, malattia, entra in relazione con un altro individuo capace ed intenzionato a recare a lui giovamento.”

 

La relazione d’aiuto è dunque una forma di comunicazione che si realizza ogni volta che un individuo in situazione di malessere, sia dovuto a malattia o ad altro, entra in relazione con un altro individuo capace ed intenzionato ad aiutarlo creando una sorta di ponte tra se e l’altro che produce una sensazione di solidarietà affettiva.

 

In nessuna di queste e di altre definizioni di relazione d’aiuto trovano posto le soluzioni preconfezionate; ciò significa che il giovamento reale è relativo alla ricerca di una “propria” strada, soluzione, che si delinea nel corso del o dei colloqui di aiuto.

Il colloquio di aiuto ha dunque lo scopo di approfondire la comunicazione, di contribuire alla chiarificazione degli elementi che configurano la situazione di malessere o di conflitto, lasciando la libertà all’altro di percorrere le vie che ritiene rispondano meglio al suo carattere, ai suoi valori, alle sue opinioni anche se “sulla carta” paiono non essere le più adatte e/o risolutive.

Per gli elementi e finalità sopra menzionate, il colloquio di aiuto si differenzia da altri tipi di interazione sociale che quotidianamente vedono coinvolte le persone.

 

IL COLLOQUIO DI AIUTO NON E’:

  • una conversazione durante la quale si scambiano opinioni, pareri confidenze. La conversazione può entrare a far parte del colloquio di aiuto in una fase iniziale ed ha la finalità di avviare la conoscenza e l’instaurarsi di un clima di accoglienza e di fiducia tra gli interlocutori;
  • un dibattito dove si sostengono i propri argomenti pro o contro una determinata questione, dove si risponde a obiezioni, si confutano teorie o posizioni nel tentativo di convincere l’altro;
  • un’intervista o un interrogatorio, situazione nella quale le domande hanno un tono incalzante, esercitano una certa pressione sull’altro ed esigono risposte precise;
  • un intervento diagnostico della condizione dell’altro. Quello che l’altro dice non va interpretato e ricondotto alle categorie nosografiche dei quadri clinici.

 

Chiarire cosa non è un colloquio di aiuto permette di individuare gli atteggiamenti dell’interlocutore che ostacolano in qualche modo la comunicazione e parallelamente di individuare quelli che la facilitano.

Atteggiamenti che ostacolano la comunicazione

Fretta: comportamento che comunica una sorta di mancanza di tempo e quindi la tendenza ad accelerare o limitare gli scambi verbali.

Anticipazione: consiste nell’anticipare le conclusioni o i contenuti seguenti del discorso.

Valutazione: consiste nell’esprimere, senza che l’altro lo chieda, una valutazione di ciò che ha detto, del suo comportamento o delle sue idee. E’ implicito un atteggiamento di giudizio che si esprime con categorie tipo giusto/sbagliato, bene/male.

Interpretazione. Consiste nel fornire, in assenza di una richiesta dell’altro, la spiegazione ragionata delle motivazioni consce ed inconsce che sottendono ad un determinato argomento

Spesso rinvia un messaggio del tipo “ ti spiego io il perché…” e può determinare una perdita di fiducia circa le proprie capacità di comprendere la situazione.

Disattenzione. Consiste nel prestare poca o insufficiente attenzione alla comunicazione dell’altro; può esprimersi in svariati modi- distogliere lo sguardo, rimanere interessati ad altre occupazioni, chiedere continue ripetizioni di ciò che l’altro ha detto, etc.

Cambiare argomento: consiste nel cambiare argomento se questo è sgradito o elicita una situazione di disagio e ansia

Logorrea: comportamento caratterizzato da un parlare incessante, senza lasciare spazio sufficiente all’all’altro per esprimersi. Può essere motivato da ansia.

 

Atteggiamenti agevolanti la comunicazione

Essere disponibile: avere un atteggiamento di disponibilità ed apertura, in termini di tempo e voglia di conoscere e ascoltare l’altro.

Stimolare l’altro: il classico “rompere il ghiaccio” possibilmente ponendo domande discrete e “aperte”, in modo che invoglino l’altro a comunicare e parlare.

Osservare la comunicazione nella sua globalità (verbale e non)

Mostrare attenzione: sia con l’atteggiamento generale- contatto oculare, postura, cenni di assenso- sia cogliendo le parole dell’altro in modo da favorire la comunicazione.

(sintesi, riformulazione, sottolineature rispecchiamento)

Accettazione: atteggiamento che permette di accogliere, ascoltare e condividere la comunicazione dell’altro in modo non valutativo

Essere congruente: si deve a Carl Rogers la sottolineatura di quest’elemento che indica la capacità di mostrarsi all’altro per quel che si è, in modo autentico anche se questo può comportare l’ammissione di propri limiti e difficoltà.

Essere empatici: è sempre Rogers che ha individuato nell’empatia l’atteggiamento fondamentale che

permette all’interlocutore di comprendere il vissuto emotivo dell’altro. Rogers ha definito l’empatia la capacità di comprendere i sentimenti dell’altro COME SE fossero i propri, senza perdere quella che definisce la giusta distanza emotiva che permette di essere davvero di aiuto.

 

Riassumendo, in tutte le relazioni e quindi anche in quella che formalmente è definita di aiuto, esistono atteggiamenti, modi di essere e di porsi in rapporto con l’altro che possono agevolare od ostacolare la comunicazione. E’ importante che, nelle situazioni “formalizzate” colui che riveste il ruolo di aiutante (chi presta aiuto) tenga presente gli effetti che i propri atteggiamenti possono generare nell’altro, contribuendo a determinare in qualche modo la qualità e l’intensità della relazione.

 

Tra gli atteggiamenti agevolanti trovano posto parole come riformulazione, sintesi, rispecchiamento, sottolineature. Tali parole si riferiscono a “strategie” utilizzabili per migliorare la comunicazione all’interno della relazione di aiuto. Brevemente consistono in.

 

Sintesi = riepilogare in forma sintetica i passi significativi del discorso. Rimanda all’altro che si è prestata attenzione a quel che ha detto.

 

Riformulazione = riformulare con altre parole considerate equivalenti l’essenziale del   contenuto della comunicazione. In genere tali risposte cominciano con “In altre parole, mi sta dicendo che…”, “lei vuol dire che…”, “ secondo lei, la situazione è….” Tale strategia rimanda all’altro non solo che lo si è ascoltato, ma anche compreso.

 

Inoltre se nella riformulazione sono comprese le sottolineature, cioè sono ripetute alcune parole che ci hanno particolarmente colpito per il tono di voce usato e per il loro significato, è possibile che si verifichi il cosiddetto “effetto trampolino”; la persona è invogliata ad esplicitare ulteriormente il suo pensiero e così facendo chiarisce meglio a se stessa i termini del problema.

 

Rispecchiamento = consiste nel rimandare all’altro l’emozione suscitata in noi dalle sue parole e/o l’emozione che in qualche modo sentiamo appartenergli, partendo da elementi della comunicazione non verbale che possiamo rimandargli come il tono della voce, l’espressione del viso etc. Rinvia  all’altro non solo che lo si è ascoltato, ma che lo si è anche visto. Uno dei modi di iniziare un rispecchiamento può essere:

“ mi pare che la sua voce oggi sia più allegra di ieri e questo mi fa piacere”, oppure

“ oggi la vedo più tranquillo, mi pare che il suo viso sia più disteso di ieri”

“ sentirla parlare così mi ha messo tristezza, allegria, gioia ecc”

 

Questa è una strategia “delicata”. Presuppone l’esistenza di una buona conoscenza reciproca, di una relazione che si è approfondita, oltre che una discreta abilità nell’individuare i propri vissuti emotivi e la capacità di rimandarli in maniera corretta.

 

 

Tra gli atteggiamenti agevolanti trovano posto l’empatia, la congruenza, l’accoglienza, elementi che caratterizzano le persone al di là del ruolo e “qualifica” che ricoprono e che in qualche modo si riferiscono alla differenziazione tra SAPERE, SAPER FARE, SAPER ESSERE.

 

Il SAPERE rimanda alla conoscenza “teorica”, al bagaglio formativo che contribuisce a formare una cornice, il quadro di riferimento dell’agire.

 

Il SAPER FARE al corretto utilizzo delle tecniche di intervento che caratterizzano la disciplina.

 

Il SAPER ESSERE coniuga il fare all’individualità di ognuno, al suo particolare modo di relazionarsi agli altri, dando agli interventi la particolare coloritura che rende le parole, i gesti, lo sguardo carichi di significato.

 

 

Bibliografia:

  1. Mambriani: La comunicazione nelle relazioni di aiuto. Cittadella editrice, 1994

R.R.Carkuff: L’arte di aiutare, Erikson 1993

  1. Mucchielli: Apprendere il counseling, Erikson, 1983

C.Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli Editore, 1970