La presa in carico multidisciplinare nell’area del senso: Il supporto al Lutto

Intervento tenuto al XXI congresso nazionale SICP, Arezzo 9/12 ottobre 2014.

Senza dubbio possiamo affermare che la perdita di una persona amata si pone tra le esperienze più drammatiche della vita.

Un figlio/a, un compagno/a, un fratello, una sorella, i genitori; l’esperienza della perdita di una persona cara in seguito alla sua morte rappresenta, per la maggioranza degli esseri umani, un grande dolore e nello stesso tempo uno dei momenti più importanti nel percorso di chiarificazione dell’esistenza.  Tutte le esperienze riconducibili a grandi temi esistenziali come la morte, la colpa, la lotta, il dolore ma anche la nascita, il piacere e la felicità rappresentano, nella vita di ogni persona, momenti evolutivi caratterizzati dalla riorganizzazione dei molteplici aspetti che compongono la personalità. La letteratura indica questi eventi con il nome di peak experiences; eventi marcatori che segnano il tempo soggettivo e che possono stimolare una riflessione sul senso e il significato della vita stessa. Il dolore e la morte sono senza dubbio gli eventi marcatori più espressivi perché ci costringono a toccare con mano la condizione di finitezza che caratterizza qualunque fenomeno vivente.

L’identità adulta non è qualche cosa di stabile e immutabile. E’ un processo evolutivo dove l’incontro con gli eventi definiti apicali e/o situazioni limite induce a rivedere le proprie modalità cognitive e affettive.

Oggi, in questa tavola rotonda, ci ritroviamo a parlare della morte e del lutto che rappresentano senza dubbio le esperienze più complesse e drammatiche della vita. La mia riflessione su questo tema ha come punti di riferimento la letteratura e il lavoro clinico con le persone in lutto condotto in sessioni sia individuali sia di gruppo.

 

IL LAVORO SUL LUTTO NELL’OTTICA DEL SENSO

 

Il lavoro sul lutto nell’area del senso significa fondamentalmente cercare di promuovere nei pazienti quello sguardo capace di intuire un “perché” nella vita nonostante il dolore e la perdita. Significa stimolare la capacità di saper cogliere la bellezza della vita, il valore del proprio cammino esistenziale che è unico e singolare. In poche parole significa cercare quanto di bello e interessante la vita ancora può offrire nonostante il dolore e le difficoltà. Se il dolore del lutto è legato alla perdita di una relazione caratterizzata dall’amore (nelle sue varie connotazioni di eros, agape e philia) potremmo riassumere il lavoro clinico della sua elaborazione come un passaggio dal sentimento dell’amore vissuto nella presenza della persona amata al recupero di questo sentimento dopo la morte di quella persona stessa. E’ un percorso che può essere difficile e complicato ma possibile e realizzabile.

Vicktor Frankl, fondatore della Logoterapia, ha affermato diverse volte che la ricerca di senso rappresenta il punto centrale non solo della salute mentale e del benessere di ogni essere umano ma anche il fulcro per la costruzione di un’umanità prosperosa ed evoluta. Il senso e il significato della propria vita possono essere sollecitati da molteplici esperienze e la perdita di una persona cara rappresenta uno dei momenti più importanti per incontrare la propria volontà di significato. L’essere umano è sempre alla ricerca di un significato della sua esistenza, scrive V. Frankl, e questa tendenza è quanto lo distingue da tutte le altre creature viventi.

Com’è noto, in questa teorizzazione, Viktor Frankl si contrappone a Sigmund Freud e ad Alfred Adler che hanno elaborato una teoria motivazionale molto distante da quella che lui chiamava “volontà di significato”. I tre grandi pensatori del novecento hanno dato una differente risposta alla domanda “che cosa spinge gli esseri umani?”. Se per S. Freud la motivazione primaria era rappresentata dalla volontà del piacere, per A. Adler lo era la volontà di potenza. Inoltre, per il padre della psicoanalisi, la manifestazione della volontà di significato, postulata da W. Frankl, non solo non era importante ma la sua presenza non era altro che espressione di nevrosi e disagio psichico.

Il fondatore della Logoterapia pur riconoscendo la presenza e l’importanza della volontà del piacere e della potenza nella vita di tutti gli esseri umani, all’interno della sua teoria ribalta l’importanza e il collocamento di questi costrutti. Infatti, nella sua teorizzazione La volontà di potenza e del piacere sono soltanto dei derivati dell’interesse primario che è la ricerca del senso. Per V. Frankl il piacere non è il fine della tensione, come rilevato da Freud, ma l’effetto della realizzazione del senso e la volontà di potenza non è la fase finale del processo motivazionale, come sostiene Adler, ma semplicemente il mezzo per perseguire il senso.  Soltanto se questo interesse originario è frustrato, rileva il fondatore della logoterapia, l’attenzione si concentra sulla potenza e sul piacere che, in ogni caso, determinano soltanto una vita alienata.

Risvegliare la propria volontà di significato alla presenza di esperienze dolorose, come può essere la perdita di una persona amata, non è facile e neanche scontato. Presuppone, come si diceva prima, stimolare costantemente dentro di sé la disposizione a scorgere la possibilità di significato in ogni circostanza dell’esistenza, anche nella più dolorosa come può essere la perdita della persona amata. Le vicissitudini esistenziali di V. Frankl e le sue teorizzazioni sono la dimostrazione di quanto questo processo sia possibile. Com’è noto lo sterminio di quasi tutta la sua famiglia e la drammatica esperienza nei lager nazisti sono stati oggetto di riflessione e di elaborazione teorica su quanto l’umanità sia  in grado di realizzare sia negli aspetti più nefasti sia in quelli di maggior valore etico.

La riflessione sulla morte è uno degli strumenti più potenti per rifondare la dimensione etica del proprio stare al mondo. L’esperienza della perdita di una persona amata è sicuramento un evento drammatico. Le parole che seguono, scritte da una donna nel ricordo del marito deceduto, raccontano in maniera efficace la drammaticità di un simile evento.

“Ti dico che mi manchi tanto…. tanto che nessuno può capire davvero quanto. Perché io non ho parole per spiegare questo dolore, questo vuoto immenso, la desolazione che è il mondo senza di te. Il mondo ti ha perso. Perché non si è fermato? Il mio si è fermato. Tu hai perso la vita. Io ho perso il mio grande amore. E mi mancano i tuoi occhi, il tuo sguardo magnetico, e mi mancano gli abbracci, il calore del tuo corpo, il tuo neo dietro al collo, le tue mani, i tuoi piedi, il profumo della tua pelle scaldata dal sole, e la tua voce. Mi manca tutto di te anche quello che prima amavo di meno: l’odore delle sigarette, il cesto della biancheria sporca che si riempiva troppo velocemente. E tutto continua a parlarmi di te. Il mare e torni tu, una canzone e torni tu, un chiostro e torni tu, una moto e torni tu, una certa strada, un certo negozio, un cuoco, i funghi e torni tu. Qualunque cosa mi riporta a te”.

Da queste parole emerge quanto sia difficile continuare a vivere dopo l’esperienza della perdita.  Tutto diventa difficile, il quotidiano si trasforma in complessità e dolore.  L’assenza è drammatica e il vuoto, lasciato dalla persona deceduta, incolmabile e insostituibile. Manca lo stimolo vitale e la vita diventa priva di senso. Tuttavia, se queste parole raccontano una situazione triste, drammatica e commovente, la letteratura sulle reazioni che gli esseri umani manifestano durante il lutto non sono sempre cosi drammatici e complessi.

Uno degli studi più indicativi di questi ultimi anni è stato quello di G. Bonanno pubblicato nel 2004 nella rivista American Psychologist. Il docente di psicologia dell’università di Yale descrive la reazione al lutto come un comportamento variegato e per certi aspetti sorprendenti.  Il titolo stesso della ricerca – Loss, Trauma, and Human Resilience: Have We Underestimated the Human Capacity to Thrive After Extremely Aversive Events? – anticipa ciò che, in modo più esaustivo, è presentato nell’articolo.  La conoscenza delle dinamiche psicologiche sul modo in cui le persone affrontano il lutto era costruita, secondo G. Bonanno, soltanto su chi aveva cercato un trattamento psicologico o che avevano manifestato maggiori difficoltà di adattamento rendendo, pertanto, molto limitata la conoscenza del fenomeno stesso. Il ricercatore statunitense sostiene che le strategie comportamentali che gli esseri umani presentano a proposito del lutto, a distanza di due anni dall’evento, sono più complesse, variegate e sostanzialmente meno drammatiche di quanto comunemente ipotizzato. Individua quattro traiettorie di comportamento che sono così riassunte:

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1)      Traiettoria di cronicizzazione:

2)      Traiettoria di esordio tardivo

3)      Traiettoria di guarigione

4)      Traiettoria di resilienza

La prima traiettoria descrive una sofferenza che appare già in forma acuta e che è caratterizzata da angoscia, depressione, dolore inconsolabile, profondo senso di perdita e dolorosa pena. Questi sintomi si evidenziano già subito dopo la morte del congiunto e sono presenti anche a distanza di due anni dall’evento luttuoso. In questo campione il pensiero è sempre focalizzato sulla persona scomparsa ed è una condizione dalla quale si fa fatica ad uscire.  La sintomatologia, che interessa una popolazione compresa tra il 10% e il 30%, è quella che oggi, nei manuali sui disturbi psicologici e psichiatrici, è indicata come Lutto prolungato (DSM V). L’origine alla base di questa sintomatologia, sostiene Bonanno, è da ricondurre alla dipendenza emotiva, a un problema nel processo d’individuazione/indipendenza e si manifesta sostanzialmente nell’idea che non si è in grado di sopravvivere all’assenza e/o alla mancanza di quella determinata persona.  E’ una condizione esistenziale caratterizzata da elevati livelli di ansia e angoscia da separazione.

La traiettoria caratterizzata dall’esordio tardivo interessa una popolazione compresa tra il 5% e il 10%. Il disagio, inizialmente moderato, si acutizza verso il primo anno dalla scomparsa del congiunto e si mantiene nel tempo. Infine le traiettorie chiamate recupero e resilienza riguardano rispettivamente una percentuale compresa tra il 15% e il 35% e il 35% e il 55% della popolazione e descrivono una sintomatologia caratterizzata da sintomi lievi e, nel caso dei soggetti resilienti, da una forte capacità di far fronte all’esperienza della perdita.

IL ricercatore statunitense e i suoi collaboratori in quest’articolo hanno dimostrato che la maggioranza delle persone manifestano una buona capacità di gestione del lutto e che soltanto una ridotta percentuale evidenzia problemi psicologici d’interesse clinico. Le persone cosiddette resilienti non sono immuni dalla sofferenza ma pur soffrendo mantengono un buon livello di adattamento e di funzionamento globale.

V. Frankl è considerato da molti studiosi un antesignano degli studi sulla resilienza. La sua nozione di “forza di resistenza dello spirito” ben descrive quello che oggi è denominato “resilienza”, cioè quella capacità di mantenere un equilibrio psicologico stabile anche in situazioni di stress molto intenso. Negli scritti frankliani la “forza di resistenza dello spirito” è descritta come una competenza tipicamente umana, radicata nel livello spirituale ed espresso attraverso i valori creativi, di esperienza e di atteggiamento.

Se gli studi sulle persone resilienti hanno dimostrato l’esistenza di persone che “reggono l’urto” dell’esperienza, dolorose e traumatizzanti, altre ricerche hanno descritto un fenomeno, per certi aspetti confinanti, con quello della resilienza. Le indagini inaugurate da L. G. Cahoun e R. G. Tedeschi hanno evidenziato la possibilità che, dopo esperienze traumatizzanti, molte persone possono cambiare significativamente in meglio fino a manifestare una condizione esistenziale chiamata di crescita post-traumatica. Questo termine riassume una costellazione esistenziale positiva che si manifesta essenzialmente attraverso cambiamenti nella sfera delle relazioni interpersonali, nella filosofia di vita e in una mutata percezione di se stessi.

 

 

OBIETTIVO DEL LAVORO SUL LUTTO

Qual è l’obiettivo del lavoro sul lutto? Su questo interrogativo molti autori hanno dato risposte differenti. Per tanto tempo le idee elaborate da Sigmund Freud sono state punto di riferimento per tantissimi clinici. Nel 1917 il pensatore viennese pubblica il libro Lutto e melanconia ed esprime in modo molto chiaro che cos’è il lavoro sul lutto. “La funzione del lutto, scrive, è quella di distaccare le memorie del sopravvissuto e le speranze dal morto”.  Il suo pensiero non lascia spazio ad interpretazioni e l’idea base del libro è che un sano processo di elaborazione del lutto deve terminarsi con un distacco dalla persona morta attraverso un re-investimento dell’energia libidica su altri “oggetti”.

L’idea di Freud è ampiamente condivisa da tanti altri autori, fino al punto che, in epoca molto più recente, un grande autore come J. Bowlby, afferma che lo scioglimento del legame è il punto di arrivo dei processi di separazione in generale e del lutto in particolare.

Tuttavia la visione di S. Freud sul tema del lutto non rimane inalterata. Nel 1929 in una lettera indirizzata a L. Binswanger, che stava attraversando un grande momento di depressione a causa  della morte del figlio, scrive le seguenti parole: “.

Sebbene sappiamo che dopo una tale perdita, lo stato acuto di lutto si attenuerà, sappiamo anche che rimarremo inconsolabili o che non troveremo mai un sostituto. Non importa cosa possa riempire il vuoto, anche se fosse riempito completamente, nondimeno rimarrà qualcos’altro. Ed è proprio cosi che deve Essere. E’ il solo modo per perpetuare quell’amore che non vogliamo abbandonare.”.

Il fondatore della psicoanalisi esprime concetti molto diversi da quelli utilizzati in Lutto e melanconia.   Com’è noto, lo stesso Freud aveva subito un’esperienza simile a quella vissuta dallo psichiatra svizzero.  Nel 1920 la sua quinta figlia Sophie muore a solo ventisette anno dopo aver contratto una grave forma influenzale.  La sindrome influenzale, passata alla storia della medicina con la parola “spagnola”, si diffuse in Europa tra il 1918 e il 1920 e causò un numero così elevato di morti da essere considerata la più grave forma di pandemia nella storia dell’umanità. S.  Freud cerca di confortare L. Binswanger e lo fa parlando di sé, del suo lutto e del suo dolore. Il Freud che emerge da questa lettera è un uomo provato, ma anche pieno d’amore. Un padre che fa  fatica a superare il distacco e che si sente vicino al dolore dell’amico e collega. Sottolinea l’impossibilità a trovare un sostituto e queste parole sembrano molto lontane da quelle utilizzate in precedenza dove indicava la necessità del disinvestimento libidico dalla persona morta.  Parla di condizione inconsolabile, di vuoto, di amore che non si vuole abbandonare. L’esperienza diretta lo induce a un cambiamento nelle sue teorizzazioni, anche se non affronterà mai più questo tema in modo così approfondito ed esaustivo come aveva fatto nel testo del 1927.

Il cambio di visione sul tema del lutto è presente anche nelle teorizzazioni di J. Bowlby, che dopo aver condiviso le iniziali teorizzazioni freudiane, nel terzo volume di Attaccamento e Perdita, parlando dei vedovi scrive:

“.Sembra probabile che per molte vedove e vedovi, proprio per il fatto che vogliono mantenere i loro sentimenti di attaccamento al coniuge scomparso, mantengono il loro senso d’identità e diventano capaci di riorganizzare le loro vite in modo significativo. Durante i mesi e gli anni che seguono egli sarà probabilmente in grado di riorganizzare la vita daccapo, fortificato forse da un senso costante che la persona perduta continua ad avere una presenza benevola”.

Nel pensiero dello psicoanalista britannico si assiste a un cambio di visione. Non si parla più di distacco, di scioglimento del legame ma di “continua presenza benevola”. Negli scritti dei due autori non solo il tema dello scioglimento del legame rimane assente ma si sottolinea la difficoltà della separazione, la persistenza del sentimento d’amore, del ricordo che non si vuole abbandonare, di un legame che rimane e che sfida il tempo.

La testimonianza che segue, scritta da una donna il cui marito è morto per patologia neoplastica, sottolinea in modo molto forte il concetto del legame che va oltre il tempo e lo spazio.

“ Amore mio dolce, sto preparando la valigia per andare alle ………. Avrei tanto voluto prepararla con te ma purtroppo il destino due anni fa ha deciso diversamente e tu sei partito per un altro lungo viaggio tutto solo. Cosi ho deciso di andarci lo stesso e di consegnare all’oceano, che per tanti giorni ti ha cullato, la testimonianza del nostro amore per sempre.

Questo scritto è un frammento di una lettera che la signora aveva scritto prima di intraprendere un “cammino” in memoria del marito. Entrambi erano molto amanti dei viaggi, del mare e per tanto tempo avevano attraversato gli oceani percorrendo con la loro barca a vela tragitti anche molto distanti. La signora aveva deciso di recarsi in quella stessa isola dell’oceano indiano dove il compagno, molto tempo prima della diagnosi oncologica, aveva stazionato per breve tempo. Voleva ripercorrere lo stesso viaggio, le stesse tappe. Fermarsi negli stessi posti e cercare quel punto dove lui, approdato dopo un viaggio in solitaria con la sua barca, aveva lasciato sul cemento fresco l’impronta della sua mano.

La signora aveva preso parte a un gruppo terapeutico sul lutto strutturato nell’ottica del senso. Le sessioni, a cadenza settimanale, si erano protratte per un periodo di tre mesi e per un totale di dodici incontri. Al termine dell’esperienza del gruppo, la signora, volendo rendere omaggio alla memoria del marito, aveva raccontato la sua intenzione di intraprendere questo viaggio verso un’isola dell’oceano indiano. Il gesto della signora era apparso a tutte le componenti del gruppo molto bello e intenso. Durante la condivisione era nata l’idea di trasformare questa esperienza in un rituale collettivo.  Tutte avrebbero scritto una lettera al rispettivo congiunto che la signora avrebbe portato con sé. Una volta giunta a destinazione l’accordo era che avrebbe bruciato le lettere e affidato la cenere al vento e all’acqua dell’oceano.

Amore, gratitudine, amicizia, dolore, malinconia, nostalgia. Le emozioni e i sentimenti raccontati in queste lettere erano intensi e molteplici. Parole vibranti che si sarebbero sposate al vento e all’acqua. Ciò che si pensava di organizzare era un rituale di separazione e di unione nello stesso tempo. L’amore di allora e l’amore di oggi misto a dolore e nostalgia. La signora aveva scritto la sua lettera, aveva raccolto quelle delle altre e aveva eseguito questo rituale.  “Missione compiuta”.  L’SMS arrivò sul mio cellulare due giorni dopo la sua partenza.

Sia S Freud sia J. Bowlby nei loro frammenti letterari parlano di legami che non si vogliono abbandonare, di amori indimenticabili, di lutti difficili, di presenza continua. Lo fanno allo stesso modo della signora che esprime, attraverso questa lettera, in modo così intenso quel sentimento che sembra andare oltre i confini dello spazio e del tempo. L’insieme di queste riflessioni sottolinea il fatto che il lutto è un’esperienza che riguarda non solo la separazione affettiva e psicologica dal defunto (processo inevitabile d’altra parte) ma anche un processo che recupera la figura e la relazione con la persona morta. Quest’ultimo tema è stato ampiamente sottolineato nel libro di D.Klass, P. R. Silverman, S. L. Nickman dal titolo Continuing bonds: new understandings of grief e pubblicato nel 1996 .

Questo testo ha avuto il merito di aver reso pubblico il fatto che il modello che aveva guidato la comprensione del fenomeno del lutto in tutto il XX secolo doveva essere ampliato e rivisto. Un paradigma interpretativo, si sottolinea nel libro, basato più su fatti culturali che non su precise osservazioni dei comportamenti spontanei delle persone che affrontano il lutto.  Il libro sottolinea già dal titolo (i legami che continuano) che il rapporto con il defunto si struttura in modo molto differente da quanto comunemente ipotizzato. In particolare forme variegate di legami interessano una percentuale molto alta (75%) di persone, anche se tendenzialmente le stesse non ne parlano. Alla base di questo comportamento, scrivono gli autori, ci sarebbe il timore che tale vissuto sia stigmatizzato e considerato come un fenomeno allucinatorio. Pertanto questa paura sarebbe alla base di una sorta di pudore e difficoltà con la quale le persone parlano di questo evento.

Il rapporto che si mantiene nel tempo risulta evidente e è sottolineato dalle parole che seguono, riportate da una paziente vedova da oltre venti anni, che a suo dire rispecchiavano fedelmente quanto da lei provato.

“ Come i mesi passano e le stagioni cambiano, sembra scendere quasi un senso di tranquillità, e, sebbene i ben noti passi non risuonino ancora, e anche la voce non chiami dalla stanza accanto, sembra che ci sia intorno a noi, nell’aria, un’atmosfera di amore, una presenza viva. Non lo dico nel senso di qualche cosa che appartiene al mondo dei fantasmi, degli spettri (presenze queste che sono lontane dalla mia mente). E’ come se si condividesse, in un modo indefinibile, la libertà e la pace, e a volte anche la gioia di un altro mondo dove non c’è più pena.

Questo brano tratto da uno scritto di Daphne du Maurier, sottolinea come il legame si può trasformare recuperando quasi una dimensione extra-terrena. Una realtà che non è più quella terrena nota, ma dove i legami possono essere sentiti in tutta la loro forza e bellezza. D’altra parte la letteratura anticipa e certe volte raccoglie ciò che è esperienza comune e cioè: il legame con il defunto che persiste nel tempo assume la forma di un adattamento alla perdita.

V. Frankl, nei suoi scritti, oltre ad aver anticipato la nozione di crescita post traumatica attraverso il concetto di “forza di resilienza dello spirito, ha preannunciato anche quello del legame che continua molto prima che questo tema fosse sottolineato nel testo “Continuing bonds: new understandings of grief.  Nel suo primo libro, pubblicato dopo la liberazione dal lager, dal titolo Ärztliche Seelsorge (in italiano Logoterapia e analisi esistenziale), scrive:

“: il lutto per una persona che abbiamo amato e che abbiamo perso in un certo senso ne continua la vita…. l’oggetto del nostro affetto, che obiettivamente nel tempo empirico è andato perduto, viene conservato in noi, perché nel nostro tempo interiore il lutto lo rende presente “.

Nei libri di Frankl il legame con le persone scomparse svolgono un ruolo importante nel percorso di ricerca di senso. Tuttavia l’approfondimento di questo tema lo dobbiamo non al pensatore austriaco ma ai ricercatori americani e alla pubblicazione del libro nel 1996.

Nei testi di Klass e dei suoi collaboratori sono descritte le seguenti quattro modalità di comportamento del legame che continua, comunemente riscontrabili nelle società occidentali contemporanee, che non hanno nessun tratto di patologia.

 

1)      Sentire la presenza della persona scomparsa. Molte persone parlano facilmente di questa esperienza se si trovano in un contesto di accettazione e d’interazione non giudicante. “Sento mio marito al mio fianco”, riferiva una paziente – e questo lo trovo particolarmente confortante”. Da molti pazienti questa esperienza è vissuta come desiderabile .: ”Mi piacerebbe tanto sentire la presenza di mia madre o incontrarla nei sogni, cosi come succede a mia sorella”, riferiva un’altra giovane paziente che aveva vissuto nell’arco di tredici mesi la morte di entrambi i genitori.  Questa esperienza può essere presente anche dopo tanti anni dal decesso della persona amata.

2)      Parlare con la persona scomparsa.  Anche questa esperienza può essere presente anche a distanza di tanti anni dalla morte del congiunto e si manifesta tendenzialmente attraverso una sorta di “dialogo” fatto di fronte alle lapidi, alle fotografie o semplicemente attraverso una comunicazione interiore con la persona scomparsa, dove si condividono pensieri, emozioni, preoccupazioni su di sé e sulla famiglia.

3)      Vivere lo scomparso come guida morale.  Si crea una sorta di rappresentazione interna dello scomparso che svolge una funzione di modello di ruolo (Una paziente parlando del padre morto giovane e prematuramente diceva: ” “.), di guida in situazioni particolari (una paziente che doveva eseguire una ricostruzione mammaria si chiedeva che cosa le avrebbe consigliato il marito deceduto) di chiarificazioni dei valori, di formazione di memoria identificando la persona scomparsa come una parte importante della propria biografia. Quest’ultimo aspetto emerge in una delle lettere scritte in occasione del rituale collettivo fatto dal gruppo delle pazienti. In una parte della lettera è scritto: ” ….e ringrazio questa lettera che mi fa piangere, ma mi consente di accomiatarmi da te e quindi mentre mi fa soffrire, mi fa anche del bene e ringrazio l’amica che si farà strumento di questo viaggio e l’amica che l’ha ideato e le altre donne che viaggeranno con noi e i loro compagni verso le Azzorre e ringrazio te per il fatto di essere esistito e di avermi accompagnata nel cammino e ringrazio i miei e i tuoi genitori e i nonni e indietro nelle generazioni precedenti. Tutti quelli che con la loro vita e le loro azioni e le loro scelte hanno reso possibile il nostro incontro e mi prendo la libertà di ringraziare anche da parte tua tutti quelli che ci sono stati vicini nei momenti più duri, che mi sono stati vicini dopo la tua morte”.

La narrazione auto-biografica è riscritta alla luce degli eventi che hanno accompagnato i momenti salienti dell’incontro d’amore, delle tappe della malattia, da quanto accaduto dopo la morte ma anche da quanto è avvenuto, addirittura, prima della loro stessa nascita. Un tempo narrativo fatto di passato prossimo e remoto che aiuta a ricomporre una trama narrativa del presente caratterizzata dall’assenza.

4)      Parlare della persona scomparsa. La necessità di parlare della persona scomparsa rappresenta uno dei principali meccanismi che permettono a chi sopravvive di ricostruire una trama narrativa e memoriale della propria vita.  D’altra parte questo rappresenta anche uno dei momenti principali del lavoro clinico sull’elaborazione del lutto. In molte realtà contadine questo è anche un momento istituzionalizzato. Ancora oggi in molte culture del sud già dal giorno successivo ai funerali la famiglia del defunto riceve la visita di molte persone (parenti o semplici conoscenti) che rappresenta un’occasione per intessere una narrazione attorno al defunto.  Ricordare e ripetere i fatti della vita della persona scomparsa rappresenta anche uno dei principali momenti del lavoro clinico psicologico sul lutto.  Raccontare il proprio dolore ma anche il ruolo che la persona scomparsa ha avuto nella propria vita permette non solo di allentare il dolore e la tensione emotiva associata alla perdita, ma anche di introiettare questa separazione e nello stesso tempo di ricostruire una trama narrativa del proprio tempo successivo al lutto.

FASI E TAPPE DEL LUTTO

La presenza del legame che continua con il defunto, il suo persistere anche a distanza di tempo e la non connotazione degli stessi in senso psicopatologico sono le variabile associate ad un altro grande cambiamento di paradigma nella comprensione dell’elaborazione del lutto.  Per tanto tempo si è guardato al processo del lutto come a un modello a stadi che si susseguono in un percorso temporalmente lineare. Diversi modelli, noti anche al grande pubblico, hanno cercato di identificare una sequenza di fasi che potessero descrivere il tempo successivo alla perdita e le sue specificità.  Uno dei testi più conosciuto anche a un pubblico non sanitario è La morte e il morire scritto da E.  Kubler Ross. Com’è noto la psichiatra svizzera, considerata la fondatrice della psico-tanatologia, ha descritto il processo del lutto come un passaggio attraverso cinque fasi che possono alternarsi, e presentarsi più volte nel tempo, con differenti intensità e senza un preciso ordine. Questo modello, che inizialmente era stato proposto per capire le dinamiche psicologiche delle persone che ricevevano la diagnosi di una malattia a prognosi infausta, è stata applicata anche nell’elaborazione del lutto.  Tutto il processo di adattamento alla malattia e/o al lutto è descritto attraverso le fasi chiamate: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione. Ognuna di queste racconta una fase e un vissuto psicologico preciso.  Anche se ognuna di queste fasi poteva presentarsi più volte e con tempi differenti, possiamo dire che il percorso inizia con la negazione e/o la rabbia e si finisce con l’accettazione. Una sorta di ristrutturazione cognitiva che permette di far fronte all’esperienza traumatica e di trovare un nuovo punto di equilibrio. Un modello caratterizzato dalle fasi è stato proposto anche dagli studiosi della teoria dell’attaccamento che hanno applicato al lutto gli stadi di risposta alla separazione dalla madre, che si sono osservati nei bambini sottoposti a questa esperienza.  Le fasi, anche se non necessariamente in quest’ordine, sono quelle del torpore, dello struggimento/ricerca, della disorganizzazione/disperazione e della riorganizzazione.  L’esperienza del legame che continua ha spinto i ricercatori ad elaborare un modello che tenga maggiormente conto di quanto, accade nella realtà. Il cosiddetto modello duale elaborato da Margaret Stroebe è sicuramente, nel panorama teorico attuale, quello più interessante.  E’ un modello che da meno importanza alle fasi o ai compiti del lutto per focalizzare l’attenzione sui processi di “fronteggiamento” allo stesso. La docente di psicologia clinica dell’università di Utrecht, descrive il processo di coping nei confronti del lutto come un evento caratterizzato da un orientamento alla perdita e/o alla ricostruzione che agiscono contemporaneamente descrivendo una sorta di oscillazione da un orientamento all’altro come un percorso a spirale. L’iter è strettamente individuale e non è possibile tracciare dei percorsi comuni in quanto le risposte sono estremamente variabili. Pertanto si sottolinea la presenza di un tracciato dinamico ora volto alla separazione, ora volto alla ricostruzione. Un processo dove l’individuo coinvolto cerca di ricostruire un mondo di significati e una coerenza narrativa della propria vita. Una paziente, il cui compagno era morto da più di venti anni, riferiva che queste altre parole, scritte da Daphne du Maurier rappresentavano quanto da lei vissuto in tutti gli anni successivo alla perdita del partner ed esprimono in modo molto chiaro questo percorso a spirale.

“ Vorrei dire a coloro che soffrono- e posso parlare solo per la mia personale esperienza- di guardare ciascun giorno come a una sfida, ad una prova di coraggio. La pena verrà ad ondate. Alcuni giorni peggiori di altri, per nessuna ragione apparente. Accettate la pena, non cercate di evitarla. Non cercate mai di allontanare il dolore da voi stessi. A poco a poco, proprio come un sordo, un cieco, un handicappato che sviluppano un extra senso per bilanciare la disabilità, cosi coloro che hanno subito un lutto, coloro che hanno perso i loro compagni, troveranno una nuova forza, una nuova visione, nata dalla pena più grande e dalla solitudine che sembrano all’inizio, impossibili da dominare.

La pena verrà ad ondate, scrive la scrittrice britannica. Queste parole sembrano descrivere il modello duale postulato da Margaret Stroebe e nello stesso tempo l’esperienza personale di tante persone che vivono il processo del lutto.

Conclusioni

In conclusione, la costruzione di un intervento di lavoro clinico sul tema del lutto non può prescindere dalle valutazioni che i teorici “del legame che continua” e del “modello duale” hanno sottolineato come processi fondamentali in questa particolare esperienza umana. Queste acquisizioni devono intrecciarsi ad altri elementi che svolgono un ruolo fondamentale e che possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • Costruzione di una relazione di fiducia che può permette l’esplorazione degli aspetti più dolorosi.
  • Ascolto non giudicante.
  • Accoglienza dei temi riguardanti la dimensione spirituale.
  • Ascolto e accoglienza delle questioni relative al senso.
  • Esplorazione e stimolazione di rituali sacri e laici per “onorare la memoria”.
  • Stimolare lo sviluppo di relazioni intime.
  • Stimolare la realizzazione di progetti sognati e/o condivisi con la persona deceduta.

 

BIBLIOGRAFIA

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  6. Freud S. Lutto e malinconia in  Opere 1095/1921, Newton Compton, 1995 Milano
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